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Sull’indecifrabilità di noi stessi, in cinque tempi: raccogliere-sedimentare; comporre; inviare; ricevere e decifrare; condividere. Ogni emblema è una sedimentazione minima, crocevia tra l’io regnante che s’identifica con la propria testa, la propria corona, sta al centro del proprio impero dell’essere, e l’io vagabondo che s’identifica con i propri piedi e le proprie mani e non ha impero né centro, ma solo movimento e strade sempre diverse del fare e dell’andare.
Le immagini portano ognuno su sentieri diversi. Questa è la loro bellezza.
RispondiEliminaVedo due teste senza corpo. Una testa è attaccata ad un respiratore e sta sognando qualcosa di indefinito, l’immagine del sogno è molto scura: si percepiscono delle persone, sono il pubblico di uno spettacolo. L’altra testa è avvolta in un velo come un quadro di Magritte, è la testa in esplorazione del mondo. Povero corpo, rimasto senza testa! Ma lui (il corpo) sta bene così, si riposa, mi dice la testa. Non sempre è una cosa brutta “perdere la testa”. Ora arrivano le nuvole a raccogliere la testa, che tra le nuvole sta bene. Nemmeno avere “la testa tra le nuvole” è una cosa brutta, anzi! La fantasia mi accarezza i capelli e mi porta lontano. Lungo il cammino c’è una mucca rivolta verso un pescatore che torna a riva e sembra che la mucca dica al pescatore: “chi è lo scemo che mi ha legato al terreno?” Tutto questo è il risultato del lavoro di un fotografo che gironzolava intorno alla gente. Come sarebbe un apparecchio per fotografare le immagini che affollano le menti delle persone? Non si può: violazione della privacy!
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